Me conpare Giacometo Mio compare Giacometto
Me conpare Giacometo Mio compare Giacometto
El gavèa un bel galeto, aveva un bel galletto
Quando el canta el verze el beco quando canta apre il becco
Che el fa proprio inamorar che fa proprio innamorare
E quando el canta, el canta, el canta E quando canta, canta, canta
El verze el beco, beco, beco apre il becco, becco, becco
Che el fa proprio, proprio, proprio che fa proprio, proprio, proprio
Inamorar! Innamorare!
Ma un bel giorno la parona Ma un bel giorno la padrona
Par far festa a i invitati, per far festa agli invitati
La ghe tira el colo al galo tira il collo al gallo
E la lo mete a cusinar. E lo mette a cucinare.
La ghe tira, tira, tira tira, tira, tira
El colo al galo, galo, galo il collo al gallo, gallo, gallo
E la lo mete, mete, mete E lo mette, mette, mette
A cusinar! A cucinare!
Le galine tute mate Le galline tutte matte
Par la perdita del galo, per la perdita del gallo
Le ga roto anca el ponàro hanno rotto anche il pollaio
Da la rabia che le gà dalla rabbia che hanno
Le ga roto, roto, roto Hanno rotto, rotto, rotto
Anca el ponàro, naro, naro anche il pollaio, pollaio, pollaio
Da la rabia, rabia, rabia dalla rabbia, rabbia, rabbia
Che le gà! Che hanno!
La gallina dalle uova d'oro.
C'era una volta una straordinaria gallina che faceva
un uovo d'oro al giorno.
Il contadino a causa della sua avidità dopo qualche tempo non fu più
soddisfatto dell'unico uovo che la gallina puntualmente gli sfornava:
"Scommetto che se la uccidessi diventerei ricchissimo, chissà quanto
oro ha dentro la pancia,
è inutile stare ad aspettare un misero uovo al giorno!"
pensò convinto.
Ma dovette accorgersi che la prodigiosa gallina non era affatto
diversa dalle altre e che dentro di lei non c'era
dell'oro come aveva scioccamente immaginato.
Così per non essersi accontentato di ciò che aveva restò senza nulla
poiché ora non poteva contare nemmeno su un uovo al giorno.
Da questa fiaba il famoso detto:
Aver trovato la gallina dalle uova d'oro
GALLO CRISTALLO
C'era una volta un gallo che andava girando per il mondo. Trovò una lettera per strada,
la raccolse col becco, la lesse; diceva:
Gallo cristallo, gallina cristallina, oca contessa, anatra badessa, uccellino cardellino,
vanno alle nozze di Pollicino.
Il gallo si mette in cammino per andarci, e dopo pochi passi incontra la gallina:
"Dove vai, compare gallo?"
"Vado alle nozze di Pollicino".
"Ci vengo anch'io!"
"Se ci sei nella lettera" E ci guarda; legge:
"Gallo cristallo, gallina cristallina….
Ci sei, ci sei: allora, andiamo.
E si mettono in viaggio tutti e due. Dopo un altro po’ incontrano l'oca.
"Oh, comare gallina e compare gallo, dove andate?"
"Andiamo alle nozze di Pollicino"
"Ci vengo anch'io?"
"Se ci sei nella lettera". E il gallo riapre la lettera e legge:
"Gallo cristallo, gallina cristallina, oca contessa ….
Ci sei; e andiamo!
Cammina cammina tutti e tre, ed incontrano l'anatra.
"Dove andate, comare oca, comare gallina e compare gallo?"
"Andiamo alle nozze di Pollicino"
"Ci vengo anch'io?"
"E sì, se ci sei". Legge:
"Gallo cristallo, gallina cristallina, oca contessa, anatra badessa ….
"Ci sei: e be', vieni anche tu!"
Dopo un altro po’ incontrano l'uccellino cardellino.
"Dove andate, comare anatra, comare oca, comare gallina e compare gallo?"
"Andiamo alle nozze di Pollicino"
"Ci vengo anch'io?"
"E sì, se ci sei!" Riapre la lettera:
"Gallo cristallo, gallina cristallina, oca contessa, anatra badessa, uccellino
cardellino….
"Ci sei anche tu". E si misero in cammino tutti e cinque.
Ecco che incontrarono il lupo e anche il lupo chiese dove andavano.
"Andiamo alle nozze di Pollicino" Rispose il gallo
"Ci vengo anch'io?"
"Sì, se ci sei!" E il gallo rilesse la lettera:
"Gallo cristallo, gallina cristallina, oca contessa, anatra badessa, uccellino
cardellino….
Ma il lupo non c'era.
"Ma io ci voglio venire!" Disse il lupo.
E quelli, per paura, risposero: "….. e andiamo."
Fatti un altro po’ di passi, il lupo disse tutt'a un tratto:
"Ho fame"
Il gallo gli rispose: "Io da darti non ho niente…."
"Allora mi mangio te!" E il lupo spalancò la bocca e se lo inghiottì sano sano.
Dopo un altro po’ di strada, ripetè: "Ho fame"
La gallina gli rispose come aveva risposto il gallo, e il lupo s'ingollò anche lei. E così
fece con l'oca e così con l'anatra.
Rimasero soli il lupo e l'uccellino. Il lupo disse:
"Uccellino, ho fame!"
"E che vuoi che io ti dia?"
"Allora mi mangio te!" Spalancò la bocca …. E l'uccellino gli si posò sulla testa. Il lupo
si sforzava d'acchiapparlo, ma l'uccellino svolazzava di qua, svolazzava di là, saltava su
una frasca, su un ramo, poi tornava sulla testa del lupo, sulla coda, e lo faceva
ammattire. Quando il lupo si fu stancato perbene, vide lontano venirsene una donna con
una canestra sulla testa, che portava da mangiare ai mietitori. L'uccellino chiamò il
lupo:
"Se mi salvi la vita, io ti faccio fare una mangiata di tagliolini e carne, che quella donna
porta ai mietitori. Perché lei, quando mi vedrà, mi vorrà acchiappare, io volerò via e
salterò da una frasca all'altra. Lei poserà la canestra per terra, e tu potrai mangiarti
tutto."
Difatti, venne la donna, vide l'uccellino così bello, e subito stese la mano per pigliarlo,
ma quello s'alzò un tantino. La donna posò la canestra e gli corse dietro. Allora il lupo
andò alla canestra e mangiò.
"Aiuto! Aiuto!" Grida la donna. Arrivano tutti i mietitori, chi con la falce, chi col
bastone, saltano sul lupo e l'ammazzano. Dalla pancia saltano fuori sani e salvi il gallo
cristallo, la gallina cristallina, l'oca contessa, l'anatra badessa e insieme all'uccellino
cardellino riprendono il cammino.
Gallo cristallo, gallina cristallina, oca contessa, anatra badessa, uccellino cardellino,
vanno alle nozze di Pollicino.
La gallina lavandaia
C'era una volta una lavandaia,che era senza figli. Un giorno, mentre stendeva i panni, vide una gallina chioccia con dietro i suoi pulcini, e disse: "Madonna mia, anche se mi faceste fare per figlia una gallina sarei contenta".
E cosi' veramente le nacque per figlia una gallina.
La lavandaia era contenta,e la teneva cara, e non passo' molto tempo che questa figlia divento' una gallina grossa, come non se ne erano mai viste.
Un giorno, la gallina si mise a girare per la casa, e a dire. "Co,co,co...dammi i panni che li vado a lavare!
E per tutta la giornata canto' questa canzone.
La lavandaia dapprima faceva orecchie da mercante, poi perse la pazienza, prese un vecchio straccio e glielo butto'.
La gallina lo prese col becco, e comincio' a svolazzare, a svolazzare, finche' arrivo' in un luogo deserto.
Mise lo straccio per terra, e al posto dello straccio comparve un palazzo.
Entro' nel portone e in quel momento divento' una bella signorina.
Dal palazzo uscirono tante fate, la vestirono come una regina e le apparecchiarono un bel pranzo.
Dopo mangiato, si affaccio' un po' al balcone; il figlio del re che andava a caccia per questi posti, come la vide se ne innamoro'.
Si nascose li' vicino e le fece la posta per vederla uscire. E sulla porta del palazzo, la vide diventare una gallina.
La gallina diede un colpo di becco al palazzo, il palazzo ridivento' uno straccio, e la gallina tenendo lo straccio col becco volo' via.
Il figlio del re le corse dietro. "Quanto volete per questa gallina?" chiese alla lavandaia.
"Non la vendo per tutto l'oro del mondo!"disse la povera donna.
Ma il figlio del re tanto disse tanto fece, che la lavandaia non pote' dirgli di no e si separo' dalla sua figlia gallina.
Il figlio del re la porto' a palazzo. Le preparo' il nido in una cesta vicino al suo letto. E la sera se ne ando' a ballare.
La gallina aspetto' che fosse uscito, poi si scrollo' le penne, ridivento' signorina e corse al ballo anche lei.
Quando entro' nella sala della festa, il figlio del re la riconobbe e subito scappo' via, corse a casa, ando' a guardare nella cesta e viste le penne della gallina le butto' nel fuoco.
Poi torno' alla festa e ballo' con la signorina, facendo finta di non averla riconosciuta, torno' a casa tardi, e la gallina non c'era.
Il figlio del re ando' a letto e fece finta di dormire. Allora, piano piano, in punta di piedi, vide entrare la signorina che credendo di non essere vista andava a riprendere le sue penne di gallina.
S'avvicino' alla cesta, e le penne non c'erano piu'. Si guardava intorno tutta spaventata, quando il figlio del re si levo' e l'abbraccio' dicendo: "Tu sarai la mia sposa!".
La favola delle due galline
La fiaba che Beppe Fenoglio scrisse per la figlia Margherita.
Due galline sorelle, l'«impettita e arcigna» Tuja e la «molle e trasognata» Chica, vivono insieme in una piccola casetta di legno appesa a un fico selvatico, finché in una notte buia e tempestosa la malvagia Tuja caccia di casa la sorella. Cosa accadrà ora alla povera Chica? Riuscirà a sfuggire alle grinfie del lupo? Saprà trovare un rifugio sicuro alle intemperie della notte?
Come ha scritto Margherita Fenoglio, «La storia della vezzosa Chica vi saprà coinvolgere e affascinare come è accaduto a me... E allora mettiamoci nei suoi panni. Al buio, sperduti nel bosco, con il lupo che ci aspetta al varco...»
Composta tra la fine del 1960 e l'inizio del 1961, questa tenera fiaba fu il primo regalo di Beppe Fenoglio alla sua bambina, che volle accogliere nel modo a lui piú congeniale, con un racconto.
In questa edizione La favola delle due galline è riccamente illustrata dai disegni di Alessandro Sanna ed è accompagnata da una nota di Margherita Fenoglio. In appendice Il bambino che rubò uno scudo, la fiaba rimasta incompiuta con la storia di Paolo, un bambino che somiglia molto al suo autore.
Il fagiolo magico
In una casetta di pietra vivevano, molti e poi molti anni fa, una povera vedova e il suo unico figlio, che si chiamava Giacomino. Non possedevano che una mucca. La mucca dava loro ogni giorno una certa quantità di latte, e con la vendita del latte i due campavano, seppure miseramente.
Ma la mucca invecchiava, e allora la vedova l'affidò al figlio perché la portasse al mercato, dove avrebbe potuto venderla.
Lungo la strada, Giacomino s'imbatté in un viandante, un tipo curioso, che propose al giovane un baratto.
"Stammi bene a sentire", disse. "Se mi dai la tua mucca, io in cambio ti dò cinque fagioli magici. Decidi".
Giacomino ci rifletté su un bel po'. Non sapeva come comportarsi. Alla fine, attratto dalla supposta magia di quei fagioli, accettò: cedette la mucca ed ebbe i fagioli.
Giunto a casa, la madre si mise le mani nei capelli.
"Ma tu sei ammattito, figlio mio! E adesso con che cosa vivremo? Con i soldi avremmo comperato una mucca giovane, che ci avrebbe dato del buon latte fresco. Così invece siamo alla fame. Sciagurato ragazzo, non dovevo fidarmi di te!".
Incollerita, la donna afferrò i cinque fagioli e li fece volare fuori dalla finestra. Poi entrambi andarono a dormire, senza nemmeno cenare.
L'indomani, non appena Giacomino, alzatosi, andò alla finestra, scorse, nel punto in cui erano stati gettati i fagioli, una pianta gigantesca. Un fagiolo così alto che non se ne vedeva la cima.
"Allora quei fagioli erano magici davvero", pensò, "se in una sola notte hanno fatto crescere questa pianta smisurata. Voglio arrampicarmi per andare a vedere fin dove arriva".
Trovatosi al di sopra delle nuvole, Giacomino dette uno sguardo attorno, e vide un castello. Con precauzione si staccò dalla pianta, constatò che le nuvole reggevano il suo peso, procedendo su di esse si diresse al castello e vi entrò.
Mettevano un po' di paura l'androne, gli scaloni, le sale. Mentre egli s'incuriosiva nell'immaginare chi ne fosse il proprietario, si sentì dire da un vocione: "E tu che sei venuto a fare, qui? Chi sei?".
"Mi sono perso", mentì Giacomino, "ed è da ieri che non mangio. Sapeste che fame che ho!".
Il vocione apparteneva alla padrona di casa, che era un'orchessa, cioè la moglie d'un orco. Ma, mentre l'orco era un violento, lei era mite, e provò simpatia per il ragazzo che le stava di fronte.
Perciò si dette da fare: offrì a Giacomino del latte caldo, e dei buoni dolcetti con lo zucchero sopra. Ma ecco che, all'improvviso, la casa rintronò, e si udirono dei passi pesanti come quelli d'un elefante.
"Presto, nasconditi, è l'orco che sta arrivando", disse il donnone.
Mentre Giacomino trovava un rifugio, l'orco entrò dalla porta, mettendosi di traverso, sennò non ci sarebbe passato. Poi si stese su una poltrona larga quattro metri. Annusò, e sentì profumo di carne umana.
"Ci dev'essere un bambino, in questa casa", sbottò.
Dal forno dove si era rifugiato, Giacomino tremava di paura.
"Un bambino?", finse di stupirsi l'orchessa. "Tu straluni ogni giorno di più. Di che bambini e bambini vai cianciando? Stai diventando vecchio, mio caro". E intanto, per distrarre il consorte, gli mise davanti la cena, che consisteva in un capretto e in un barilotto di vino.
Saziatosi, l'orco cominciò a contare monete d'oro, cavandole da due sacchi. Zecchini, marenghi, fiorini. Un vero tesoro. Conta e riconta, alla fine si addormentò.
Allora Giacomino sgusciò dal forno, e riempì un sacchetto di quelle monete. Poi tornò al fagiolo che lo aveva fatto salire fin là, vi si abbrancò e prese a discendere.
"Meno male che l'orchessa era andata a prepararsi il letto", pensava. "Altrimenti come avrei potuto fuggire, per di più con tutto questo denaro?".
Ai piedi della pianta, ecco la madre di Giacomino, piangente e preoccupata per l'assenza del figlio.
"Dove sei stato, dove? Vuoi proprio farmi morire d'angoscia?".
"Sono stato dove mi ha portato la pianta cresciuta dai fagioli magici. Ci credi, adesso, che erano magici?". E le mise davanti il bel gruzzolo sottratto nella casa dell'orco.
Con quelle monete, madre e figlio vissero finalmente senza problemi, almeno per un bel po'.
Ma anche se erano tante, le monete finirono. Perciò Giacomino decise di tornare ad arrampicarsi sul fagiolo, raggiungere il castello dell'orco e prenderne altre. Per non farsi scorgere dall'orchessa, di nuovo trovò rifugio nel forno.
Risuonarono fragorosi i passi dell'orco che, appena entrato, fiutò l'aria e fiutò la presenza d'un bambino.
E di nuovo la moglie a dirgli: "Ma è proprio una fissazione! Tu straluni sempre peggio. Bisognerà chiamare il medico, un giorno o l'altro".
Lo diceva convinta, l'orchessa, perché non aveva visto nessun forestiero da quelle parti. Così convinta, che l'orco si tranquillizzò e, cavatosi dall'enorme tasca del giaccone una gallina, si dette ad accarezzarla. Sotto quelle carezze, la gallina si accovacciò e fece, seduta stante, due uova d'oro.
"Se ce la faccio, me la porto via", pensava Giacomino dal suo nascondiglio. Così, non appena l'orco prese a russare, con un balzo afferrò la gallina e, tenendola ben stretta, dalla torre del castello balzò sulle nuvole e raggiunse la cima della pianta. Ma questa volta la fuga fu complicata.
"Al ladro, al ladro!", gridava infatti la gallina, starnazzando.
Per fortuna le foglie della pianta nascosero ben presto Giacomino dalla vista dell'orco che aveva cominciato a inseguirlo, e il ragazzo atterrò sano e salvo.
"Tutto lì?", si stupì la madre. "Solo una gallina gli hai portato via?".
"Aspetta".
Giacomino l'accarezzò, come aveva visto fare all'orco, e la gallina depose due uova d'oro massiccio.
"La nostra fortuna è fatta, ragazzo mio!", esclamò la madre.
"Lo so bene", rispose Giacomino, che era più in gamba di quanto lei supponesse.
Grazie alle uova d'oro, Giacomino poté ordinare la costruzione d'un palazzo, dove entrambi andarono ad abitare. Un palazzo nel cui interno furono disposti quadri, arazzi, argenterie, vasellami, e le cui porte non venivano mai chiuse. Tutti potevano entrarvi e ristorarsi, soprattutto i diseredati: perché Giacomino aveva buon cuore, e non dimenticava i tempi difficili della sua povertà.
Un triste giorno, però, la madre di Giacomino cadde ammalata, di un male che i medici non riuscivano a capire. Era come se non le importasse più di vivere. Aveva perduto il sorriso. Non provava entusiasmo per nulla. Inoltre rifiutava il cibo, e perciò deperiva, chiusa in una profonda malinconia.
Giacomino fece venire a palazzo clowns e giullari perché, con i loro giochi, con i loro scherzi, le risollevassero il morale. Ma non ci fu nulla da fare.
Decise allora di tornare nel castello dell'orco, sperando di trovarvi in qualche modo un rimedio. Si arrampicò di nuovo sul fagiolo, raggiunse il castello, e qui, senza farsi scorgere da nessuno, si rifugiò dentro una pentola e attese gli eventi.
Ed eccolo, l'orco, giungere con i suoi passi pesanti. Cenò, poi trasse da una cassapanca un'arpa magica, e lo strumento iniziò a suonare, da solo, una melodia dolcissima: così dolce che l'orco, dopo aver sorriso e poi riso di gusto, si addormentò.
Lesto, Giacomino scattò fuori dalla pentola, prese al volo l'arpa e fuggì verso il fagiolo per ridiscendere a terra.
Ma l'arpa non voleva saperne di lasciarsi rapire.
"Padrone, padrone!", gridava rivolta all'orco. "Svegliati. Mi stanno rubando!".
E Giacomino: "Zitta! Taci una buona volta. Ti porterò dove starai molto meglio di qui". E intanto correva. La pianta si avvicinava, però si avvicinava anche l'orco, che gli era quasi alle calcagna.
Come Dio volle, il ragazzo raggiunse prima la chioma, poi il fusto della pianta e, con il fiato grosso e il cuore che gli batteva forte, cominciò a scendere, a lasciarsi scivolare verso il basso.
Non aveva ancora toccato terra, che l'arpa si mise a suonare una nuova melodia, ancora più dolce. Ed ecco, per incanto, la madre di Giacomino sorridere, farsi incontro al figlio, abbracciarlo. Sembrava addirittura ringiovanita, ed era di sicuro guarita, grazie a quel suono.
Tuttavia Giacomino non ebbe tempo di rallegrarsi, perché s'accorse che la pianta oscillava. Oscillava sotto il peso dell'orco che, trovata la strada, scendeva a riprendersi l'arpa, e si può immaginare quanto fosse arrabbiato.
Non c'era un minuto da perdere. Giacomino corse a prendere una scure e vibrò contro il fagiolo molti colpi ben assestati. Gli stivaloni dell'orco erano già in vista, quando la pianta cedette, trascinando l'orco in un burrone. Inutilmente l'orchessa lo cercò per ogni dove: si era sfracellato.
E Giacomino? Giacomino seguitò a vivere felice e contento. Con sua madre, l'arpa e la gallina.
Fiaba di Hans Christian Andersen
«È una storia terribile!» esclamò una gallina in una zona della città dove non era accaduto il fatto «uno spaventoso scandalo in un pollaio! Non me la sento proprio di dormire da sola questa notte! Per fortuna siamo in tante sulla pertica.» E intanto raccontò in modo tale che le galline drizzarono le penne e il gallo fece afflosciare la cresta. «È proprio vero!»
È meglio cominciare dal principio, e il principio accadde in un pollaio in un'altra parte della città.
II sole tramontava e le galline salivano sulla pertica; una di loro, con le piume bianche e le zampe corte, aveva deposto l'uovo regolarmente; era una gallina rispettabile in tutti i sensi e mentre saliva sulla pertica si beccò e così le volò via una piumetta.
«È andata» disse. «Più mi spenno e più divento bella!» Naturalmente lo disse in tono scherzoso, perché era una gallina spiritosa, anche se molto rispettabile, come ho già detto. E così si addormentò.
Tutt'intorno era buio; le galline stavano una accanto all'altra, ma quella che le stava più vicino non dormiva; sentì e non sentì, come si deve fare in questo mondo per poter vivere in pace; ma non potè fare a meno di dire all'altra sua vicina: «Hai sentito cosa hanno detto? Non faccio nomi, ma c'è una gallina che vuole spennarsi per sembrare più bella! Se io fossi il gallo la disprezzerei!».
Proprio sopra la gallina si trovava la civetta col marito e i bambini; avevano un udito fino in quella famiglia, e sentirono ogni parola detta dalla gallina; stralunarono gli occhi e mamma civetta si fece aria con le ali: «Non ascoltate! ma avrete certo sentito quello che han detto! Io l'ho sentito con le mie orecchie e dovrò sentirne ancora molte altre prima che mi cadano! Una delle galline si è dimenticata a tal punto di quel che si conviene a una gallina che si è messa a beccarsi tutte le penne facendosi vedere dal gallo!».
«Prenez garde aux enfants!» esclamò papà civetta. «Non è roba per bambini.»
«Però devo raccontarlo alla nostra vicina civetta. È una civetta così stimata nel nostro ambiente!» e così volò via.
«Uh-Uh! Uhuh!» gridarono tutti e due i colombi che abitavano la colombaia di sotto. «Avete sentito? Avete sentito? Uhuh! C'è una gallina che si è tolta tutte le penne per colpa del gallo! E ora sta morendo di freddo, se non è già morta!»
«Dove? Dove?» chiesero i colombi.
«Nel cortile qui vicino! È come se l'avessi vista con i miei occhi, è una storia quasi da non poter raccontare, ma è proprio vero!»
«Lo credo, credo a ogni parola!» risposero i colombi e si chinarono verso il loro cortile. «C'è una gallina, anzi alcuni dicono due, che si sono tolte tutte le penne per essere diverse dalle altre e attirare l'attenzione del gallo. È un gioco rischioso si può morire di freddo, e loro sono morte entrambe.»
«Sveglia! Sveglia!» cantò il gallo e volò sullo steccato. Aveva gli occhi ancora assonnati, ma cantava ugualmente: «Tre galline sono morte di amore infelice per un gallo! Si erano tolte tutte le penne! È una storia orribile, non voglio tenerla per me raccontatela, raccontatela!» e così la storia passò da un pollaio a un altro finché non tornò nel luogo da dove era partita.
«Ci sono cinque galline» si diceva «che si sono tolte le penne per mostrare chi di loro si era più consumata d'amore infelice per il gallo; poi si sono beccate a sangue e sono morte, con vergogna e scandalo per le loro famiglie e grossa perdita per il padrone.»
E la gallina che aveva perduto quella piccola e soffice piuma naturalmente non riconobbe la sua storia e poiché era una gallina rispettabile disse: «Io disprezzo quelle galline! Ma ce ne sono molte di quel genere! Un fatto simile non deve essere taciuto e farò il possibile affinché questa storia appaia sul giornale, così che si diffonda per tutto il paese; ben gli sta a quelle galline e alle loro famiglie!».
E la storia arrivò davvero al giornale, fu stampata e è proprio vero: "Una piccola piuma si può trasformare in cinque galline!"
Poesie
A mia moglie di Umberto Saba
Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.
Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.
Canzoni moderne
Testo Il Leone E La Gallina di Lucio Battisti (1972)La gallina coccodé
spaventata in mezzo all'aia
fra le vigne e il cavolfiore mi sfuggiva gaia
penso a lei e guardo te
che già tremi perché sai
che fra i boschi o in mezzo ai fiori
presto mia sarai
Arrossisci finché vuoi corri fuggi se puoi
ma a non servirà ma a non servirà
C'era un cane un po' barbone
che legato alla catena
mi ruggiva come un leone ma faceva pena
Penso a lui e guardo me
che minaccio chissà ché
mascherato da leone ma ho paura di te
Arrossisci tu che puoi
io ruggisco se vuoi
Ma a cosa accadrà ma a cosa accadrà
Sono io che scelgo te
o sei tu che scegli me
sembra quasi un gran problema ma il problema non c'è
Gira gira la gran ruota
e la terra non è vuota
ad ognuno la sua parte saper vivere è un arte
arrossisci finché vuoi corri fuggi se puoi
ma non servirà ma non servirà
Da on galo solamente e do galine
a me xe nato in corte on gran ponaro
de creste e beco, zate e testoline
ca magna, canta, dorme e fa smerdaro.
I fa na confusion ca par na festa
i gali novi, co gnissin badare,
verzendo le ale e sbassandi la testa,
i fa cornuto el pare co so mare.
E po cubiàndose co sorele e fiole
i mete al mondo tante galinele
e senza scrupoli avere o altre gnole,
i confonde raporti e parentele.
Cussi andando le robe al naturale
el strano caso pole capitare
- ve sicuro de no cuntare bale! -
che on galo fiventa fradeo del pare.
La sienza , adesso, fare l'à savesto
che da Dolly, na bona piegorina,
nantra uguale, no so come nassesto,
de quala sia sorela e so putina.
E anca a se dise del gran becanòto
che on gemelo in frigo desmentegà
con ritardo sia nato de ani oto
dal so primo fradelo fecondà.
Chissà se vegnarà, tra qualche tempo,
su la via del progresso incaminà
(a mì me pare proprio on gran portento)
che nassa prima on fiolo e po el papà?
I xe casi de mata gravità.
Insuma, a ve lo digo tanto ciaro,
roba da bestie, senza unamità:
a ve lo digo mì, ca go el ponaro!
Il pollaio
Da un solo gallo e due galline
mi è nato in cortile un grande pollaio
di creste e becchi, zampe e testoline
che mangiano, cantano e fanno tanto sporco.
Fanno una confusione che sembra una festa
e i nuovi galli, con nessuna accortezza,
aprendo le ali e abbassando la testa,
fanno cornuto il padre con la madre.
E poi accoppiandosi con le sorelle e le figlie,
mettono al mondo tante gallinelle
e senza scrupoli di avere altri problemi,
confondono i rapporti e le parentele.
Così, lasciando andare le cose al naturale
il caso strano può capitare
- vi assicuro di non raccontare bugie! -
che un gallo diventi fratello del padre.
La scienza, ora ha saputo fare
da Dolly, una buona pecorella,
un'altra uguale, non so come sia nata
di quale sia sorella o sua figlia.
E anche si dice del grande sbaglio
che un gemello dimenticato in frigo
sia nato con otto anni di ritardo
dal suo primo fratello fecondato.
Chissà se verrà, tra qualche tempo,
sulla via dell’avanzato progresso
(a me sembra proprio un gran fenomeno)
che nasca prima il figlio e poi il papà.
Sono i casi di pazza gravità.
Insomma, ve lo dico chiaramente
cose da animali, senza umanità:
ve lo dico io, che ho il pollaio.
SCHEI, OVI E GAINE
A ben pensarghe, a ghe ne xe de le robe che no le va.
Par esènpio, ghìo mai pensà che on ovo el costa solo zento franki? Eco: uno che'l vòja bévare on cafè el ga da spetare che na so gaìna la penta par diese dì. Opure conprarse diese gaìne parchè le ghe daga i diese ovi ogni dì.
Bisogna anca dire che par darte l'ovo, le gaìne le ga da magnare, ma tegnendo conto che in te on dì diese gaìne le magna on chilo de formenton, tì a te ga da spèndare mile franki de mangime. E po a te toca spetare che le gaìne le féda i òvi, par bévarte el cafè. Vie n da dire ca sarìa mèjo spèndare la to carta da mile diretamente al bar, senza far pentare le gaìne, opure conclùdare che i òvi no i costa gnente, e che el laoro de le gaìne no'l va gnanca tolto in considerazion.
Anca par conprase on vestito le xe robe da mati: parchè a ghe vòle diese pèrteghe de formenton par conprarse giaca, braghe e camisa. E se po a te piase portare la gravata, bisogna ca te sòmeni anca longo i rivàj de'I fosso.
EI discorso xe che la zente de onquò la sa quelo ca
costa le robe, e no quelo che le vale. E cussì a se fa anca de le persone. Uno, magari bravo in tante atività e che'l sàpia tante robe, no'l xe tanto considarà se'I ga on portafòlio vuodo de palanche e pien de carpìe. Anzi, a se fa più riverenza a uno de zervèo grosso che però el sia ben fornìo de carte da zentomìa.
l schèi i xe deventà el valore primo de la vita, e tuti i
li zerca: la botegara ca te vende i ovi, ca saémo che ni costa gnente; el muradore ca te fa la casa; el mediatore che'l te la vende; el nodaro che'l te fa firmare la vendita (e parici, da lassarte senza fià!).
No parlémo, po, del Governo che'l te li ciava co te te fa la casa, c6 te la cunpri, co te la vendi, e anca sa te te la tien, tanto che prima a te paghi le tasse par farte la casa e dopo a te vendi la casa par pagare le tasse! E po i dise che i schèi no i li magna gnanche le gaìne! A lo saémo tuti che le gaìne le magna solo el formenton.
Nantri, inveze, a magnémo schèi, formenton, ovi e gaìne!
SOLDI, UOVA E GALLINE
A pensarci bene, ce ne sono di cose che non vanno bene. Per esempio, avete mai pensato che un uovo costa solo cento lire? Ecco: uno che voglia bere un caffè deve aspettare che una sua gallina fedi per dieci giorni. Oppure comprarsi dieci galline perchè facciano dieci uova al giorno.
Bisogna anche dire che per fare l’uovo, le galline devono mangiare, ma prendendo in considerazione che al giorno dieci galline mangiano un chilo di frumento, e bisogna spendere mille lire di mangime. E poi bisogna aspettare che le galline fedino le uova, per bere il caffè.
Viene da dire che sarebbe meglio spendere le mille lire direttamente al bar, senza far fadare le galline, oppure concludere che le uova non costano niente, e che il lavoro delle galline non va neanche preso in considerazione.
Anche per comprarsi un vestito sono cose da matti: perché ci vogliono diecimila metri quadri di terreno lavorato a frumento per comprarsi giacca, pantaloni e camicia. E se poi ti piace portare la cravatta, bisogna seminare anche lungo i cigli del fosso.
Il discorso è che la gente d’oggi sa quello che costano le cose, ma non quello che valgono. E così si fa anche delle persone. Una persona, magari brava in tante attività e che sappia tante cose, non è tanto considerato se ha il portafogli senza soldi e pieno di ragnatele.
Anzi, si considera di più una persona che abbia il cervello grosso che però sia ben fornito di pezzi di banconote da centomila.
I soldi sono diventati il valore primario della vita, e tutti li cercano: la bottegaia che ti vende le uova, che sappiamo non costano niente: il muratore che ti fa la casa: l’intermediario che te la vende: il notaio che ti fa firmare la cessione ( e molti soldi, da lasciarti senza fiato! ).
Non parliamo, poi del Governo che te li ruba quando ti fai la casa, quando la compri, quando la vendi, e anche se te la tieni, tanto che prima paghi le tasse per farti la casa e dopo la vendi per pagare le tasse!
E poi dicono che i soldi non li mangiano neanche le galline!
Lo sappiamo tutti che le galline mangiano solo il mais.
Noi, invece, mangiamo soldi, mais, uova e galline.
IL GALLO
Ogni volta che mi compro un pollo per allevarlo, raccomando al pollivendolo di darmi solo galline e mai un gallo, perchè dopo mi nascono delle difficoltà nel pollaio.
Intanto le galline sono più "anonime" del gallo e non mi danno molte possibilità di dar loro delle confidenze. Invece il gallo, sarà che è più bello delle galline,sarà anche che è più forte o anche perchè cresce prima di loro, mangiando ingordamente e crescendo come il pane in tavola, sembra metter fuori cresta e bargigli e belle penne lunghe sulle ali e sul didietro, insomma già, io mi affeziono a lui e lui a me,da trattarmi quasi come uno al suo pari: io padrone della casa e lui del pollaio. Tanto che,se ritardo nel portargli da mangiare, lui mi chiama tirando il collo fino a perdere la voce,come per mostrare alle galline che io faccio ciò che lui vuole.
E dopo aver mangiato, va di qua e di là, lui davanti e le galline dietro. E se una di queste, svelta di mano e di parola, si tenta di passargli davanti, allora il gallo le dà una beccata sulla testa che questa se la ricorderà per tanto tempo.
Per farla breve, capita che quando è ora di liberare il pollaio per fare nuovi acquisti, non ho più il coraggio di amazzare il gallo.
Lo guardo in mezzo all’aia, a testa alta,cresta e bargigli rossi infuocati che controlla tutto e tutti.
Sempre arrabbiato col mondo, che guarda da una parte e dall'altra, come se lui fosse il padrone di tutto. Questa agitazione gli nasce, poverino, dalla volontà naturale di saltare addosso alle galline, ma loro, stupide e inebetite proprio come le galline, scappano tutte impaurite da questo cambiamento di comportamento che non si spiegano, perchè nessuno non la ha ancora spiegato come vanno i fatti nella vita, anzi, credono che il gallo sia diventato matto.
Per via di questa incomprensione, questo gallo non trova più pace, nè riposo ed è come se avesse un continuo fremito dentro le viscere. Anche di notte canta, basta che veda dei fanali di un’automobile che lui ci dà dentro, svegliando le galline e la gente che dorme. Dopo un po' si tranquillizza, ma per poco perchè gli cresce ancora quel fremito e allora continua a cantare fino a perdere la voce. Insomma, ammazzarlo non si può e restare ad ascoltarlo nemmeno.
Ho tentato di regalarlo ad un ragazzo, e lui, il gallo, fermo appollaiato in braccio a me, lo guarda con le penne del collo alte e dritte dalla paura e a testa bassa per l'umiliazione, così tanto che mio figlio non ha voluto:"lascia che viva e che canti" - mi ha detto.
E così ho fatto. Ma non lascia proprio dormire nessuno, questo lamentoso, continuando a cantare in piena notte convinto sia per merito suo se il sole s'innalza a portare la luce al mondo.
Anche se gli dò da mangiare, dopo un po' ricomincia, ancora questa storia che non finisce mai. Non posso nemmeno portarlo via con me. In macchina non ci sta e nemmeno lo voglio, nemmeno in casa perchè non è capace ad arrangiarsi da solo. E chiedere a qualcuno di dargli da mangiare è come dirgli che un domani metà gallo sarà suo.
Insomma, pensa e ripensa, ho deciso di tagliare il male e di portarlo via con me.
Dopo averlo mangiato, intendo, con il grande dispiacere di aver perso uno di famiglia.
E dopo un pezzo vado ancora dal pollivendolo, raccomandandogli di darmi solo galline....
El galo
Ogni volta ca me conpro on qualche polastrelo par lievàrmelo, a ghe racomando al ponarolo de darme solo de le
polastrine e mai on galeto, parchè dopo a me nasse de le dificoltà in te'l ponaro. Intanto le gaìne le xe più "anonime" del gaIo e no le me dà tante possibilità de fare confidenza co lore. E inveze el gaIo, sirà che'l xe più belo de le gaìne, sirà anca che'l xe più forte o anca parchè 'l vien su prima de lore, magnando ingordamente e cressendo come el pan in tola, par métare fora cresta e bardàgoe e pene bele e longhe so le aIe e sol de drìo, insuma za, mi a me afeziono a lu e lu el se afeziona a mi, da tratarme squasi come uno del so pari: mi paron de la casa e lu del ponaro. Tanto che, s'a me intardigo de portarghe da magnare, lu el me ciama tirando el colo fin da pèrdare la 'ose, come a mostrarghe a le gaìne che mi a fago quelo che'l vole lu.
E dopo avere magnà, el va de qua e de là, lu davanti e le gaìne de drìo. E se una de queste, sbìfara, la se tenta de andare davanti de lu, al ora el gaIo el ghe tacona na sbecotà sol sgorbon che quela la se la ricordarà par tanto tenpo.
Par farIa curta, a càpita che co vien ora de libarare el ponaro par fare i nuovi aquisti, a no go più el corajo de copare el gaIo. A lo vardo in mezo a la corte, a testa alta, cresta e bardàgoe rosse invasà, che'l controla tuto e tuti. Senpre intavanà col mondo, el varda da na parte a l'altra, come se lu el fusse el paron de tuto. E sto morbin el ghe nasse, poarin, da la volontà naturale de saltarghe dosso a le gaìne, ma lore, stùpide e inebetìe pròpio come le gaìne, le se cava via tute inpaurìe da
sto canbiamento de conportamento che no le se spiega, parchè gnissun ancora no'l ghe ga spiegà gnente de come ca va i fati della vita, anzi le crede che'l gaIo el sia deventà mato. E par via de sta inconprension, sto gaIo no'l cata più pace, nè rèchie, che l'è come se'l ghesse on frèmito continuo drento le vìssare. Anca de note el canta, ca basta che'l veda i fanali de na màchina che lu el ghe dà drento desmissiando gaìne e zente ca dorme. E dopo on tòco, el se chiéta, ma par puòco parchè a ghe cresse ancora sto spàsemo, e alora el continua a cantare fin da pèrdare la 'ose. Insuma, coparlo no se pole, e stare a scoltarlo manco ancora.
A go tentà de regalarlo a on fiòlo, e lu, el gaIo, fermo inponarà in brazo mio, elIo vardava co le pene del colo indrizà da la paura e a testa bassa par l'umiliazion, cussì tanto che me fiolo no lo ga volesto: "Làssa che'l viva e che'l canta!" - el me ga dito.
E cussì a go fato. Ma no'llassa pròpio dormire gnissun, sto cautèrio, continuando a cantare in piena note convinto ca sia par mèrito soo che'l sole el se lieva a portare la luce al mondo.
E anca s'a ghe dago da magnare, dopo on toco, el taca ancora sta viola che mai no la finisse. E gnanca no posso mina portàrmelo via co mi. In màchina no'l ghe sta, e gnanca no lo vuòjo; a casa gnanca, parchè no'l xe bon de rangiarse da lu solo. E domandarghe a qualchedun de darghe da magnare, l'è come dirghe che on doman, metà gaIo l'è soo.
Insuma, pensa e ripensa, a go deciso de tajare el male a metà e de portarlo via co mi. Dopo averlo magnà, intendo, co'l despiazere grande de aver pèrso uno de faméja.
E dopo on toco a vago ancora dal ponarolo, racomandàndoghe de darme solo polastrele ...
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