Si possono ritrovare alcuni termini dialettali utilizzati nel XVI secolo, nel DIZIONARIO VENETO della lingua e della cultura popolare nel XVI secolo di Manlio Cortellazzo:
Polastrièra (pollastrièra), s. f. “ruffiana (1) 1545: te vegna el morbo (se vogio) che diebo esser pollastriera?, Giancarli ZINGANA I 4 (82)
DA POLASTRO “POLLO”, da cui l’espressione italiana portare polli:
1554: a ciò che a tempo e luogo in favor di lui, come dir si suole, potesse portar i polli,
BANDELLO NOVELLE II 41 (77-73).
Polàstro s.m. “pollo giovane” (BOERIO) (1) 1565: GHE FARO’ IN PEZZI LE CARNE, OSSE, E POLPE, COMO SUOL FAR DI POLASTRI LA VOLPE, CARAVIA NASPO III 148 (30 r);
1566?:si fossé nassua del grembo de Leda…, no sassé tanto norbia (soffice, morbida), tanto apetitosa e tanto magnaora, e de che mo? Paoni, galinazze, polastri de India, CALMO LETTERE IV 285
Da sempre simboli dell’abbondanza, i polli, i capponi, le galline, le uova le ritroviamo nei paesi della cuccagna, come per esempio nel poema di Teofilo Folengo, Baldus, pubblicato nel 1517 con lo pseudonimo di Merlin Cocai, dove viene raccontato il banchetto celebrato dal re di Francia con cibi italiani, o nei quadri di Bruegel con la rappresentazione della cuccagna:

Pieter Bruegel il Vecchio, Il paese della cuccagna (part.), 1567, Monaco, Alte Pinakothek.
I sogni dell’abbondanza, del Bengodi (come nel Decameron di Boccaccio), sono sempre più frequenti nei periodi di carestia, di peste. Il problema della fame continuerà ad esserci fino agli anni del secondo dopoguerra:
…“Più difficile, invece, per le donne della contrada, mettere insieme il pranzo: quasi sempre pasta e fagioli, conditi con lo strutto di majale. Il secondo piatto era costituito da patate e fagioli lessati spruzzati d' aceto: talché non meraviglia non esistessero, in tutta la Rovigata, problemi di stitichezza.
Le galline e in genere il pollame venivano mangiati di rado, quando gli animali si ammalavano o qualcuno di casa cadeva ammalato.
Nel primo caso, però, non tutti avevano schìo di inghiottire una pollastra morta di snaro o dissanguata dalla dònnola: in tal caso la carogna veniva buttata nell' Adigetto, ma non avrebbe fatta molta strada perché, un po' più in là della casa di Jeto, prima ancora che l'animale arrivasse in vista della bilancia di Arturo Fracheta che pescava davanti a casa sua, veniva avvistata da Gelindo Sagoe, sempre pronto con il rastrello a tirare a riva il pasto provvidenziale, con sommo rincrescimento di Neno Macia, che sfortunatamente abitava oltre la casa di Arturo.
Ma quando, per disgrazia diJeto, si ammalava un vitello e il veterinario disponeva che la carcassa venisse seppellita per evitare il contagio alle altre bestie della stalla, Neno si riappacificava con Gelindo. La stessa notte del sotterramento del vitello, che avveniva sempre alla luce del giorno, capitavano insieme nell' orto diJeto, saltando la siepe del confine dalla restar a per dissotterrare la bestia.
L’amministrazione del territorio polesano rimarrà pressochè invariata fino all’Ottocento, come ritroviamo nellla descrizione del Bocchi delle attività economiche del Polesine:
“…Lo smaltimento delle acque è una delle precipue condizioni a render produttiva la nostra provincia. Da ciò quelle private società di proprietari, che si chiamano consorzj, e gli innumerevoli canali in direzione da ponente a levante. Tuttavia la scarsa elevazione del terreno sul livello del mare, l’alto letto del Po, l’essere Canalbianco occupato dall’acque delle valli veronesi, quando Po non può riceverle, sminuendo la pendenza renderebbero malagevole lo smaltire delle acque, se da qualche tempo grande solerzia e dispendio non avesse allargato, approfondito, rettificato gli scoli, e domandato potenti mezzi d’asciugamento alle forze de’ cavalli prima, poi del vapore. Perciò la coltivazione sempre più progredisce, e oltre il granoturco si diffuse frumento, riso, avena, canapa, lino orzo, miglio, ravizzone, panico, ed anche gelso e la vite. Questa in generale dà raccolto secondario; nullo ne’ bassi-fondi o valli, poco pregiato negli altri, eccetto alcune località, specialmente ne’ distretti di Badia, Lendinara, Rovigo, Polesella. L’umidità pone l’uva in pericolo d’infradicire presso al maturarsi, il che coll’irrefrenabile ruberie obbliga a precoci vendemmie. Strage fece qui pure la crittogama, ma il danno cadde sul raccolto d’ordine inferiore.
Gli annuali allagamenti, la estesissima coltivazione, non permette la coltivazione del granoturco, che in primavera chiama innumerevoli braccia alla zappa ne’ bassi fondi, appena emersi dalle acque, non permette che la coltivazione del gelso sia estesa; l’industria serica limitasi alla produzione di seta greggia.
34 mila bovi servono all’agricoltura; grande il numero de’ majali allevati dalle più basse classi; frequentissimo il pollame. Il solo pesce dolce può bastare agli ordinarj bisogni della popolazione; si ritrae dal Po lo storione e la tinca; dalle valli salse, che abbondano presso il mare, il pesce viene anche esportato di provincia: dà guadagno la caccia d’augelli palustri.”
Fino alla metà del ‘900, cioè anche dopo la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, nella famiglia contadina polesana continuavano ad essere allevati i classici animali da cortile: galline, anatre, oche, tacchini, faraone, conigli…
“…sul retro (della casa di campagna)c’erano pagliai e tettoie o piccole costruzioni aggiuntive destinate agli animali di piccola taglia: polli e conigli.”…(p.16)
“…d’estate (l’entrata delle case) era aperta con la sola protezione di un portelo basso, a due battenti, per impedire l’entrata di cani e galline.” …(p.16)
Era un’economia di sussistenza, dove molto spesso la gallina o semplicemente le uova diventavano merce di scambio o di pagamento:
…”Poi c’erano polli, tacchini, anitre, oche: piccoli animali che fornivano uova, carne e denaro. L’acquisto di un paio di scarpe, di un vestito, di un libro di scuola per un bambino, infatti, era spesso realizzato con la vendita di qualche capo di pollame o di qualche dozzina di uova. Il loro valore commerciale era così elevato che, in molte famiglie, il pollo si sacrificava solo quando qualcuno si ammalava.”
E’ quindi logico che la cova delle uova fosse un avvenimento importante per le famiglie, quasi un cerimoniale seguito con particolare emozione:
Allora si mettevano a covo nidiate di uova, usando come chiocce galline e tacchine; il momento culminante era quello della spiera, quando si doveva decidere, in rapporto all’esistenza o meno dell’embrione, quali uova si dovessero scartare e quali mantenere a covo. Bisognava mettere l’uovo controluce: quello non fertile era trasparente, quello fertile era opaco.”…(pp.22,23)
Ma il pollo era anche il simbolo dell’opulenza dei ricchi:
“… Nei camini dei palazzi (le case padronali) venivano bruciati grossi ciocchi d’albero, sochi (ciocchi), che fornivano una gran quantità di brace, necessaria per preparare ottimi ed abbondanti pasti. Si abbrustolivano le fette di polenta, si arrostiva il pesce, si cucinavano polli o si riscaldavano tegami contenenti baccalà, salame, ed altri cibi squisiti. Sotto la camera calda venivano sepolte le teglie con le torte da cuocere. Per arrostire polli, tacchini, conigli, uccelli selvatici veniva usata una specie di girarrosto a pesi, funzionante come gli orologi a pendolo. .”…(p.17)
In tutte le case polesane venivano allevate le galline e il pollame in genere.
Era la donna di casa che si occupava di loro, accudendole, pulendo il pollaio, dando loro da mangiare, raccogliendo le uova, mettendo le chiocce a covare, uccidendo le galline e pulendole per prepararle alla cottura.
Le galline vivevano nel ponaro (pollaio), posto al di fuori della casa, in fondo al cortile, vicino alle stalle, con un po’ di spazio attorno recintato, o in una stanza della casa da cui uscivano attraverso una porticina (come quella dei cani e dei gatti attualmente), non comunicante con il resto della casa. In questo caso le galline giravano liberamente per il cortile o il meale (aia), sporcando dappertutto con il loro smerdario (pollino). All’interno del ponaro vi era una barcarola, cioè un attrezzo che serviva alle galline per salirvi sopra e dormire , una specie di scala a forma trapezioidale.
Le galline, chiamate a raccolta dalla padrona di casa con varie voci: “cine cine cine…”, “pai pai pai…”, “iro iro iro…”, “cariti cariti cariti…”, “buli buli buli…” , mangiavano le spezanee (il mangime), composte da una percentuale di granoturco macinato grossolanamente e farina, depositato nellla magnarola (mangiatoia); c’era inoltre un recipiente per bere l’acqua, l’albio.
Ogni tanto (una volta o più all’anno) venivano tagliate le estremità delle ali (con le forbici),per impedire loro di volare e quindi di scappare.
Quando erano vecchie o vi era una cerimonia particolare, una festa, le galline venivano uccise, veniva loro tirato il collo e poi spennate dopo essere state messe a bagno nell’acqua bollente, broà, per ammorbidirle. Le piccole piume rimaste venivano bruciate successivamente sul fuoco e solo dopo si procedeva alla preparazione privandole dalle interiora e dividendole in pezzi destinati poi ai vari componenti della famiglia …Fin che no i ne ga ciamà a magnare: risi e fasoj, fasoj in tecia, fasoj in salata, on codeghìn e on capon: ma tra codeghin e polastro cognava fare na sielta: chi magnava codeghin, no ciuciava polastro.
I òmani i se tacava a'l salado, le done e nantri fioj a'l polastro: quosse e ponta de pèto le jera nostre; a me barba Luijino a ghe piasea le ale; a le fèmene a ghe tocava al sgorbon; a me nona, quèo ca vanzava: testa, colo e zate. (Fino a quando non ci hanno chiamato a mangiare: riso e fagioli, fagioli in pentola, fagioli in insalata, un cotechino e un cappone: ma tra cotechino e pollo bisognava fare una scelta: chi mangiava cotechino, non mangiava pollo. Gli uomini mangiavano il salame, le donne e noi ragazzi il pollo: coscie e petto erano nostre, a mio zio Luigino piacevano le ali; alle femmine toccava la schiena, a mia nonna, quello che rimaneva: testa, collo e zampe)
Venivano comprati i pulcini, ma non d’estate, cioè nel mese di agosto, perché si potevano ammalare di varolo, vaiolo. Erano necessari 60 giorni per diventare pollastro d’arrosto. Venivano nutriti prima con il mangime poi con il formenton (granoturco) e spezanee (mais macinato). Si andava al mulin (mulino), dove il granoturco veniva schiacciato al mortaio con la ruota (come quella del moleta- arrotino), successivamente gli veniva dato il zinquantin (cinquantino), cioè un tipo di formenton più piccolo, dai graniti picoi (grani piccoli). Specialmente d’inverno si preparava il paston (pastone) per il maiale, ma anche per le galline, con l’acqua bollente, la farina e la semola di formenton passata al tamiso (setaccio) di velo, tipo di seta, fino, per la farina di pane, più grosso per la polenta. Alla sera, ai polli, venivano dati formenton, resti del pranzo, umido, resti della pulizia della verdura, si poteva fare la busa (buca) del loame (del letame) all’interno del recinto delle galline così loro potevano razzolare liberamente, rovistare e trovare vermetti freschi. Se acquistati in primavera i polli fedavano a ottobre; messi al caldo dentro una scatola rivestita e ricoperta di panni di lana (vecchi maglioni infeltriti) e messi sotto una lampadina, a cova, quando non c’era una chioccia, altrimenti questa chioccia, con 22 uova per la cova, veniva posta sotto un corgo, fatto con la paglia; quando la chioccia si spostava si metteva una coperta e, tempo 22 giorni, i pulcini sbecotavano (rompevano) il guscio. meglio se la cova veniva fatta in crescere di luna, così uscivano sani e belli tutti insieme, in calare di luna invece erano patii (sofferenti, deboli).
…“In un angolo della stalla si mettevano le chioccie a covare. La Silvia aveva le uova più grosse delle nostre e ce le dava, perché i pulcini nascevano più grandi. La chioccia stava lì giorno e notte! Mia mamma le metteva davanti una
teglietta col mangiare e una con l'acqua. Bisognava che mangiasse tanto e roba buona, grano e pasta di farina, perché a stare lì faceva fatica e dava tutto il suo caldo alle uova e lei faceva la cresta e le orecchie bianche.
Una chioccia grande teneva sotto anche ventidue uova. Se qualcuno sbucava fuori, lo metteva dentro col becco. Una volta al giorno saltava giù e andava nel cortile a fare quattro passi. Tirava su le penne e si scrollava, poi andava con le altre, ma aveva la voce rauca, perché era chioccia.
Dopo otto giorni era ora di sperare le uova. Mia mamma le portava in camera con la traversa e le metteva, uno alla volta, piano, sopra il letto. Tirava i balconi in fessura, finché passava solo una striscia di sole. Prendeva l'uovo con una mano per la punta, lo metteva vicino alla fessura, nel raggio di sole, e metteva l'altra mano aperta sopra l'uovo. Allora dentro l'uovo, sopra si vedeva il cerchietto chiaro, e sotto tutto scuro. Voleva dire che l'uovo era buono. Metteva giù da un' altra parte l'uovo sperato e ne prendeva un altro. Il momento importante era quando metteva la mano sopra. Vedevo subito se era buono.
«Buono anche questo» «E due» «E tre» «E quattro» «Ahi: questo è chiaro». Si, era chiaro, si vedeva. Sotto il cerchio, invece di essere tutto scuro, aveva dei puntini. Bisognava buttarlo via, non si poteva più neanche mangiare, era andato a male. Ma insomma, due tre si trovavano sempre. Intanto era uno solo. Andava ancora bene.
«Buono ... buono anche questo ... Questa volta si che va bene. La Silvia aveva ragione che erano uova buone». Ormai eravamo quasi alla fine. «Orpo, un altro!». Eh si, proprio un altro. Ce n'erano ancora due: «Buono». L'ultimo. Pareva buono, ma aveva qualche puntino. Quello si metteva sotto ancora, perché era in forse.
Se ne trovavamo quattro o cinque di uova matte, stavo male e mia mamma mi diceva che non importava, perché così gli altri pulcini sarebbero venuti più grossi e poi valevano più soldi e la chioccia li covava meglio. A sperare si doveva fare presto, perché le uova non dovevano venire fredde. Dopo altri otto giorni si speravano ancora, perché qualcuno moriva anche dopo. La seconda volta si vedeva già muoversi dentro l'uovo. Dopo qualche giorno i pulcini cominciavano a rompere la scorza col becco.
Mia mamma guardava ogni tanto e tirava via le crostine della scorza, per aiutare i pulcini a venire fuori. lo non potevo andare vicino da solo, perché la chioccia in quei giorni diventava cattiva e beccava. Appena nascevano, i pulcini erano tutti bagnati e mi pareva sempre che la chioccia li pestasse e mi faceva fastidio guardare. Se andava bene ne nascevano anche sedici, diciassette. Era bello quando si erano asciugati, che si poteva tirarli giù dalla cassetta e metterli in cortile. Trottolavano, col peletto giallo, e avevano una vocetta sottile e chiaccheravano tutti insieme. lo con una bacchetta stavo attento che le altre galline non mangiassero la loro pasta.
Se una gallina voleva andare chioccia e mia mamma non voleva perché non era stagione o perché avevamo già i pulcini, si prendeva la gallina e le si riempiva il gozzo di pane e vino, oppure di estratto di tabacco. Dopo un poco, quando le era passata la sbornia, si sentiva subito se aveva ancora la voce rauca o no. Se non le era passata, si metteva anche con la testa sotto l'acqua della Balbi, oppure si metteva con la testa sotto un'ala e si faceva girare forte. Le passava sempre e dopo due tre giorni cominciava di nuovo a fare l'uovo. Quando la metteva con la testa nella Balbi, avevo sempre paura che la tenesse troppo e che morisse.
«Basta mamma, basta! ». «Va là, va là, che so io».
Non moriva mai. Stava col becco aperto a tirare il fiato, si scrollava e via.”
L’alimentazione a base di pollo era qualcosa di raro, destinato solo ai momenti di malattia o a feste particolari come si può ben dedurre da questa commedia di Gianni Sparapan
La casa de Jéto:
Jeto - (alle donne) Vardè, done, che da doman cade stare atenti al polame che no/l beca el formento, sinò i fa on disastro. E po i fa sporco da par tuto. (Guardate donne che da domani bisogna stare attenti al pollame che non mangi il grano altrimenti fa un disastro. E poi sporca dappertutto)
Gino - A sirà par questo chi dise a uno "desgrazià come el polame". (Sarà per questo che dicono a una persona “disgraziato come un pollo”)
Toni - Epure el xe cussì bon da magnare! On pecà, pròpio. Jeto - Cossa? (Eppure è così buono da mangiare! E’ proprio un peccato. J. Cosa?)
Toni - Che/l polame el sia tanto bon, e ca se deva magnarlo ogni tanto. (Che il pollo sia tanto buono, e che si debba mangiarlo ogni tanto)
Jeto - Par fortuna! E ringrazia el Signore! Gino - E de cossa, orco el prete Dero? (Per fortuna! E ringrazia il Signore! G: E di cosa, orco il prete Dero?)
Jeto - Del fato ca se magna na galina solo quando ca gh/è del male. E defati, a se magna polastro solo quando ca se se mala nantri opure quando se mala el polastro.
Del fatto che si mangia una gallina solo quando che c’è del male. E difatti, si mangia pollo solo quando ci si ammala oppure quando si ammala il pollo)
Gino - Sichè, no magnando polastro, a voI dire ca semo sani. Jeto - E che gnanca i polastri no i ga ciapà la malatia. A proposito de polastri, eco ca riva el parco.
(Sicchè, se non mangiamo pollo, vuol dire che siamo sani. J. E che neanche i polli non hanno preso malattie.A proposito di polli, ecco che arriva il parroco)
Scena 6
Detti e Don Primo
Don Primo - Sia lodato Gesù Cristo. Tutti - E sempre sia lodato.
Don Primo - A so rivào in tenpo. (Sono arrivato in tempo)
Jeto - No, don Primo. A ghemo finìo de laorare da on tòco. (No, don Primo. Abbiamo finito di lavorare da un pezzo)
Don Primo - A intendevo ca so rivào in tenpo a védarve tuti a mucio, in tanta letizia. (Intendevo che sono arrivato in tempo per vedervi tutti insieme, in tanta letizia)
Jéto - Stalo a magnare co nantri? (Rimane a mangiare con noi?)
Don Primo - Beh, stavolta ve vògio pròpio contentare. Ma solo el tenpo de sagiare la vostra bòndola e la panzeta. (Beh, stavolta vi voglio proprio accontentare. Ma solo il tempo di assaggiare la vostra bondola e la pancetta)
Gino - No/l faga conpliminti; salo don Primo? Parchè, sarà par la so benedizion, el formento el xe vegnù su un mùcio belo ca ne so! (Non faccia complimenti, sa Don Primo? Perché sarà per la sua benedizione, il grano è cresciuto molto bello, come non saprei!)
Jeto - A proposito de mùcio (indica un sacchettino di grano), eco el mùcio de formento parecià aposta par le necessità de la ciesa. (A proposito di mucchio, ecco il mucchio di frumento preparato apposta per le necessità della chiesa)
Don Primo - Vardè che mi no ghe entro. A xe stao la divina Providenza che la ga fato tuto. Mi a go solo fato la fadiga de vegnere chì a portarve la benedizion che va ltri, senpre brava gente, me gavè cussì ben riconpensào. (Guardate che io non c’entro. E’ stata la Divina Provvidenza che ha fatto tutto. Io ho solo fatto la fatica di venire qui a portarvi la benedizione che voi, brava gente, mi avete così ben ricompensato)
Jeto - Ma sì cossa volo chi sìpia, racoanti ovi? Ma sì, cosa vuole che sia per qualche uovo?
Don Primo - No parlavo de i vuòvi, siben de i polastri. Xeli vegnùi grandi? (Non parlavo delle uova, ma dei polli. Sono cresciuti?)
Angelina - I xe prunti da copare. Li volo? (Sono pronti da macellare. Li vuole?)
Don Primo - On paro solamente. No vuòjo desturbare. On paro de polastri, i me basta. (Solo un paio. Non voglio disturbare. Un paio di polli mi bastano)
Angelina - No, no, don Primo. Quelo ca xe soo xe soo. Don Primo - Anema cara! I xe massa, la me creda. (No, no, don Primo. Quello che è suo è suo. Don P. Anima cara! E’ troppo, mi creda)
Jeto - El senta don Primo. Na parola xe na parola. El se li porta via tuti. (Senta Don Primo. Una parola è una parola. Se li porti via tutti)
Don Primo - E alora, vegnémose incontro. A femo cussita. I galiti a me li porto via adesso; e inveze le polastre a ve li tegnì valtri. E quando che le sarà deventà galine e le farà i vuòvi, va Itri ve magnarì le galine e a mi, me darì racoanti vuòvi. (E allora, veniamoci incontro. Facciamo così. I galletti me li porto via adesso; e invece i polli ve li tenete voi. E quando saranno diventate galline e faranno le uova, voi mangerete le galline e a me darete un po’ di uova)
Jeto - Va ben cussì. (Va bene così)
(arriva la Checa col piatto di salame, da distribuire, incominciando
dal prete) .
Jéto – E desso magnemo. (rivolto al pubblico) E bon apetito! (E adesso mangiamo. E buon appetito!)
Ma delle galline non si buttava via niente, le interiora potevano servire per la pesca delle anguille, i bisati:
Le anguille si prendevano ricorrendo ad un sacco di canapa all'interno del quale venivano messe le interiora di un pollo: gli animali entravano nel sacco, si cibavano e si lasciavano andare al riposino. Bastava, perciò, dopo un po' di tempo afferrare il sacco e buttarlo a riva perché dentro si trovasse la sorpresa di bisati sonnolenti.
Un altro lavoro particolare, ambulante, era svolto nel nostro territorio: quello della castratura dei galli:
Talora veniva chiamata a castrare i polli, operazione che lei sapeva fare da sempre: allora partiva di casa con la sporta e gli attrezzi: un pajo di forbici, un ago ricurvo e un coltello affilato.
Prendeva, uno dopo l'altro, i polli, li incideva nel basso ventre, con il coltello, poi con la forbice tagliava i filamenti nervosi e infine con l'ago ricuciva la ferita su cui spargeva della cenere per favorire la cicatrizzazione.
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