Diversi autori, nel corso dei secoli, hanno cantato e decantato il “mare”, ed il difficoltoso percorso del fiume Po.
La tradizione vuole che Adria sia famosa per aver dato il nome al mare Adriatico, ma nella storia si è distinta anche per essere stata una culla di cultura letteraria e teatrale.
Le origini della città e del suo nome si confondono tra realtà e mito: una delle tante ipotesi suggerisce infatti che il suo nome derivi da Atri o Adriano, re dei Pelasgi, suo leggendario fondatore. A questa affascinante tradizione s’ispirò il poeta LUIGI GROTO (Adria 1541 – Venezia 1585), detto “il cieco d’Adria”, nella sua tragedia teatrale “L’Adriana” dalla quale poi, come è ormai dimostrato, Shakespeare trasse spunto per comporre la sua celeberrima opera “Giulietta e Romeo”.
TORQUATO TASSO (Sorrento 1544- Roma 1595 ), nel poema epico-cavalleresco intitolato “ La Gerusalemme Liberata”, così descrive l’insinuarsi delle acque del “grande” fiume tra i terreni vallivi e deltizi del basso Polesine e della bassa ferrarese:
GERUSALEMME LIBERATA ( 1579/1583 Canto VII°)
“…Come il pesce, colà impaluda
ne i seni di Comacchio il nostro mare,
fugge da l’onda impetuosa e cruda
cercando in placide acque ove ripare,
e vien che da se stesso ei si rinchiuda
in palustre prigion né può tornare,
che quel serraglio è con mirabil uso
sempre a l’entrare aperto, a l’uscir chiuso. …”
MARINO MARIN (Bottrighe 1860 - Adria 1951)
M. Marin è cantore del Polesine, ma anche poeta della sofferenza, del dolore, del "male di vivere" e della fede.
Scoprì (come affermava Nietzsche), che nella nostra "dannazione" sta la nostra salvezza.
In una lirica, dedicata, nonché intitolata, "Al Mare", chiede che il proprio figlio Carlo sia salvato proprio dal mare stesso, preso come simbolo di una potente forza capace di fare miracoli:
SALVALO: è un'anelante anima, come
sei tu, che implora; è anch'esso un cuor che batte: ...
SALVALO...
…E' un'anima di Dio, che cerca in fondo
a sé quel breve polso, e non lo trova;
ridonaglielo tu; rifalla nuova,
tu che sei gioia e palpito del mondo…
LORD G. G. BYRON (Londra 1788- Missolungi 1824) un altro poeta che ci riconduce al Polesine con la poesia “Finestra su Po”.
Ci piace immaginare il poeta, con accanto la donna amata, mentre gusta un piatto di pesce e verdure polesane traendo così ispirazione per la poesia che le dedicò nell’antica dimora di campagna di Ca’ Zen, posta poco distante dal centro di Taglio di Po.
Questa tenuta inizialmente era usata come villa con barchessa e scuderie; è passata alla storia perché la diciottenne Teresa Gamba, moglie del marchese Alessandro Guiccioli, quarant’anni più vecchio della moglie, visse proprio qui una travolgente storia d’amore con il poeta Lord Byron.
La giovane Teresa era stata mandata a Ca’ Zen per punizione, perché giudicata troppo frivola e vivace dal marito. Invece qui ella incontrò l’amore del poeta che le dedicò una poesia:
“River! that floweth by the antied walls where dwells the lady of my life”
(Fiume! che scorri lungo le antiche pareti dove abita la donna della mia vita).
Ad EUGENIO MONTALE (Genova 1896 - Milano 1981) dobbiamo la lirica L'Anguilla (da “La Bufera e altro”-1956)
L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?
Analisi testuale
L’ Autore in questa lirica dedicata all’anguilla, appartenente alla raccolta “La Bufera e altro” (1956), e risalente al 1948, fa emerge la resistenza del pesce nel suo lungo, faticoso viaggio, guidato solo dall’istinto, di risalita dei fiumi nei fondali melmosi («che lascia», «per giungere», «che risale», «filtrando», «finché … accende»). Dalla lirica sembra emergere una volontà descrittiva, suggerita dalla precisione dei riferimenti naturalistici e geografici (legata ai ricordi e ai luoghi dell’infanzia, secondo le dichiarazioni dello stesso Montale), che indugia sul percorso avventuroso dell’anguilla e ne imita, il movimento tortuoso, flessuoso.
Il valore allegorico di questo animale comune, basso e terrestre, poco letterario, è però tradito e anticipato fin dal verso iniziale dalla prima apposizione «sirena». Il termine proietta l’animale, nobilitandolo, in una dimensione mitologica, atemporale e antropomorfica, associandolo all’immagine della donna, di cui nei versi finali si rivela come emblema.
Sotto lo sguardo del poeta l’anguilla inizia a subire una serie di metamorfosi, che ribadiscono quella forza irresistibile, quell’istinto di conservazione e di riproduzione, capace di vincere qualsiasi resistenza, già affermata nella prima parte della poesia («risale in profondo, sotto la piena avversa», v.5, « sempre più addentro, sempre più nel cuore del macigno», vv.8-9), e fanno emergere l’anguilla quale emblema di amore - eros e di procreazione («paradisi di fecondazione»). Al v.20 «anima verde» può riferirsi al colore dell’anguilla, ma metaforicamente ribadisce il suo potere di cercare la vita anche dove le condizioni sono più ostili, «là dove solo morde l’arsura e la desolazione». Il v. 25 segna la conclusione del percorso circolare dell’anguilla, dal mare ai fiumi, e poi di nuovo al mare. Dal v. 26 inizia l’ultima parte del componimento, costituita dai cinque versi finali, dove si precisa e si esplicita l’identificazione animale-umano, anguilla-donna. L’anguilla si rivela come il correlativo oggettivo della donna, assimilata al pesce per un miracoloso potere rigenerativo, un istinto biologico, per la capacità di (pro-)creare, quasi di modellare la vita nel «fango» («figli dell’uomo, immersi nel tuo fango»), nel fango di un mondo contaminato dalla violenza, così come l’anguilla è capace di sopravvivere «tra i gorielli di melma» (v. 10). Anziché donna-angelo come in altri componimenti, è qui, portatrice di valori bassi, istintuali, di una forte vitalità biologica e di estrema difesa contro il male del mondo.
La poesia viene in tal modo ad essere un atto di omaggio, di lode alla donna amata. L’accostamento ad un essere così forte, pur se povero, fa acquistare alla figura femminile la qualità di figura salvifica, di annuncio e di speranza di vita, garanzia di continuità, di sopravvivenza, di resistenza anche là dove la vita sembra impossibile.
«Sorella», ultima parola della lirica, richiama il cantico francescano: alla fine, dunque, la lirica è un inno alla solidarietà tra esseri umili, un inno alla vita, al suo ciclo, di cui il percorso stesso dell’anguilla è una metafora.
La domanda finale (“…puoi tu non crederla sorella?”) rivela che anche il poeta si riconosce, si identifica nella figura dell’animale, si sente solidale e partecipe della sua esistenza faticosa e umile ma paziente, perché anch’egli guidato da una sorta di istinto creativo.
HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT (Providence 1890-1937). È considerato lo scrittore culto del XX° secolo nel genere horror e fantascientifico.
Nei suoi scritti, H.P. Lovecraft ha immaginato entità mostruose provenienti da abissi acquatici e misteriose località lagunari e portuali infestate da strani abitanti.
Saldamente legato ai luoghi natii, ufficialmente non si è mai allontanato dal continente americano.
Nel luglio del 2002 il giornalista romano Roberto Leggio rinviene all’interno di un libro acquistato presso un banco di antiquaria a Montecatini (PT) una lunga lettera scritta in forma di diario, e datata a partire dal maggio 1926. Il testo del documento, ingiallito e lacunoso, descrive le tappe di un viaggio, partito dalla costa orientale degli Stati Uniti e approdato in Veneto, che segue un peculiare percorso attraverso la regione del Polesine.
Al diario si alternano una serie di appunti che formano una sorta di canovaccio per la successiva stesura di racconti dell’orrore. Ad una più attenta lettura, questi appunti presentano evidenti richiami ai “Racconti del Filò” e alle leggende del Polesine stesso. Il manoscritto è indirizzato ad Alfred Galpin e reca la firma “Grandpa Theo”.
Per Roberto Leggio, da anni appassionato di letteratura Lovecraftiana, è un colpo al cuore. Il nome di Alfred Galpin è lo stesso del pupillo di Lovecraft e “Grandpa Theo” è lo pseudonimo usato dallo scrittore americano nella corrispondenza con suoi colleghi più giovani, talvolta usato sotto la forma più estesa di “Theobaldus” (in caratteri greci).
Leggio decide di parlarne con il collega ed amico Federico Greco (giornalista e documentarista) con il quale divide una passione filologica per Lovecraft e la sua letteratura ed insieme decidono di portare il documento al Professor Sebastiano Fusco, il quale, dopo un’attenta analisi, si spinge ad ipotizzare che la costruzione sintattica della lettera, la firma e la datazione (1926) possano essere realmente riferibili a Lovecraft.
A seguito di questa serie di inquietanti coincidenze, Leggio e Greco propongono al professore Gianni Sparapan (antropologo e storico del Polesine) di aiutarli ad intraprendere un viaggio di ricerca attraverso il Delta del Po, al fine di verificare l’ipotesi secondo la quale Lovecraft avrebbe viaggiato in Italia nel 1926 e avrebbe addirittura tratto ispirazione da quello stesso viaggio e dai “Racconti del Filò” per i suoi racconti successivi al ’26. Tali racconti (tra cui The Shadow over Innsmouth, The Dunwich Horror, The Call of Chtulhu, History of Necronomicon) sono quelli che hanno conferito la maggiore notorietà a Lovecraft, dando così vita al più innovativo e importante filone gotico della letteratura dell’orrore.
Nasce così il documentario “H.P. Lovecraft – ipotesi di un viaggio in Italia” (‘26), girato nella scorsa primavera e prodotto dalla Digitaldesk di Piergiorgio Bellocchio e Andrea Marotti. Il documentario segue dunque minuziosamente l’itinerario descritto nel manoscritto ritrovato, intraprendendo un viaggio da Venezia ai recessi più impervi del Delta del Po alla ricerca del possibile passaggio di uno straniero di nome Theobaldus.
I due autori sono passati quindi per la biblioteca Marciana di Venezia dove Theobaldus riporta nel diario di essere passato per consultare il libro proibito “le Stanze di Dzyan” (possibile ispirazione del famoso Necronomicon costantemente citato da Lovecraft nei suoi scritti), hanno visitato paesini abbandonati sul delta del Po venendo a contatto con oscuri e secolari riti religiosi (quelli della confraternita della Santissima Trinità dei Fradei di Loreo), hanno registrato dalla viva voce degli abitanti del luogo le leggende che si tramandano da secoli e tra queste l’avvistamento dell’homosauro, creatura mezzo uomo e mezzo pesce. Ma tutto sembra avere un collegamento troppo stretto con la fantasia e le opere di uno scrittore ufficialmente rimasto sempre dall’altra parte dell’oceano.
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