La dolce campagna polesana
Oltre ai numerosi prodotti agricoli tipici del Polesine che meritano di essere valorizzati, c’è anche un altro aspetto della provincia che dovrebbe essere apprezzato : il paesaggio.
Il turista che percorra le nostre zone alla ricerca di specialità gastronomiche, si chiederà sicuramente cosa sono state quelle alte ciminiere che puntellano la vasta pianura e cosa quei massicci edifici che compaiono vicino ai centri abitati o addirittura isolati nelle campagne.
Il paesaggio agricolo del Polesine è spesso intervallato da questi manufatti possenti, che oggi presentano chiari segni di degrado.
Eppure, sino a pochi decenni fa, questi edifici costituivano una risorsa economica importante per l’intera Provincia e un legame forte con l’agricoltura, da sempre l’attività primaria del nostro territorio.
La particolarità del Polesine è data dalla fitta rete di canali d’irrigazione e di collegamento con i fiumi Po ed Adige e dal livello della campagna spesso più basso del mare Adriatico, ciò ha comportato sin da tempi remoti la necessità di controllare le acque, per evitare impaludamenti.
L’opera di bonifica più importante realizzata in Polesine avvenne ad opera della Serenissima con il Taglio di Porto Viro nel XVII sec. per evitare l’interramento della laguna veneta. Come conseguenza di questa importante opera idraulica , nel Polesine iniziò la formazione dell’attuale area deltizia.
La fertilità del terreno alluvionale attrasse le grandi famiglie veneziane , padovane e ferraresi che introdussero, spesso anticipando altre zone agricole, colture nuove ed altamente redditizie.
Per garantire la massima produzione agricola, dall’ ‘800 vennero istallate le IDROVORE, dotate di alte ciminiere e grandi pale,azionate da motori prima a vapore, poi elettrici , che controllavano le acque attraverso le pompe di sollevamento , tuttora costituiscono un elemento costante nel paesaggio, dall’Alto al Basso Polesine.
L’acqua, onnipresente, veniva utilizzata per il funzionamento dei MULINI, delle FORNACI, deI CANAPIFICI e ZUCCHERIFICI.
La migliore via di comunicazione era rappresentata dai CANALI, che però spesso avevano livelli diversi e per questo vennero realizzate CHIUSE e BOTTI .
Le BOTTI in origine erano vere botti di legno, utilizzate per attraversare i canali , per regolare il flusso delle acque e deviarle più a valle, poi sostituite da manufatti in muratura.
Le FORNACI erano le industrie del laterizio, sviluppatesi da quando nella nostra Provincia (a partire dal ‘500) le case passarono dall’essere costruite di paglia e legno alla muratura. Esse venivano costruite lungo le golene, sia per facilitare il carico del materiale sulle imbarcazioni, sia perché , attraverso la costruzione di arginelli nel periodo invernale –di magra del fiume- si raccoglieva l’argilla, materiale indispensabile per i mattoni .
Per due secoli, le fornaci rappresentarono l’unica attività industriale del Polesine.
La loro sagoma è ancora visibile per l’alta ciminiera che le contraddistingue, ma sono oggi del tutto inutilizzate perché si è preferito riservare le golene come area di espansione delle acque del Po in caso di piena , perché si è notevolmente ridotto il trasporto fluviale e per l’ampio utilizzo di materiale prefabbricato.
Altra attività industriale di rilievo e strettamente collegata all’agricoltura furono i CANAPIFICI, impianti per la lavorazione della canapa, dalla macerazione alla filatura. Il massimo sviluppo si ebbe negli anni ’30 del ‘900, quando la produzione di canapa nel Polesine rappresentava i 2/3 dell’intera produzione veneta. L’utilizzo era determinato dalla minore o maggiore grossolanità del filato, si andava perciò dalla produzione di corda e sacco alle lenzuola e tende. L’attività scomparve per l’insalubrità del lavoro (provocava tubercolosi e silicosi) e l’introduzione di filati sintetici.
I canapifici che rimangono si distinguono ancora nel paesaggio per il colore rosso dei mattoni, l’ampio parco con alberi d’alto fusto e i robusti muri perimetrali.
Anche gli ZUCCHERIFICI puntellano il paesaggio polesano. Erano costruiti vicino a centri abitati con efficienti vie di comunicazioni (strade, fiume e ferrovie) e di acqua. Essi apparivano nella piatta pianura come cittadelle industriali , con ampie finestre, mattoni rossi e i caratteristici lucernai zenitali per sfruttare nella sala macchine la luce solare, dotati di alte ciminiere , vasche di riserva per l’acqua e raccolta delle bietole, abitazioni per il direttore e gli impiegati, vasto parco con alberi ed aiole. La coltura della barbabietola da zucchero è introdotta in Italia nel corso dell’ ’800, anche se era già coltivata in Olanda dal XVI secolo, in realtà della bietola si utilizzano anche le polpe (scarto della lavorazione) e le foglie, come foraggio e la melassa (parte zuccherina grezza) venduta nelle distillerie.
L’ ultimo tipo di impianto industriale riconoscibile è l’ESSICATOIO DI TABACCO. La coltura del tabacco fu introdotta in Italia a fine ‘800, anche se l’Europa la conosceva per il tramite dell’ambasciatore di Francia Nicot già dal XVII sec. La produzione fu sostenuta dallo Stato per sostituire la coltura di mais e canapa, ma era esclusiva del Monopolio statale e ciò non ne favorì il consolidamento nelle nostre aree. Gli impianti sono ancora visibili in aperta campagna, perché costruiti in prossimità delle aree di coltura.
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