Le forme del pane romano erano più artistiche e arbitrarie di quelle degli Egiziani perché i ricchi desideravano sempre qualcosa di nuovo.
Quando avevano tra gli invitati un poeta, ordinavano pani in forma di lira; ai pranzi nuziali vi erano sempre pani dalla forma di due anelli congiunti.
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Anche il pane quotidiano si presentava davvero per tutti i gusti. A parte il “sordidus”, di sola crusca e perciò destinato ai cani, e il madidus, che le matrone applicavano sul viso «per mantenere la freschezza della carnagione», vi era un’ampia gamma di possibilità |
| Il cibo nell’antica Roma |
Eccone alcune specialità:
Ma persistevano anche i pani poveri, gallette di farina d'orzo e farinate di farro e fave.
Ai Romani si deve anche il passaggio alla macinazione con i primi mulini azionati dalla forza dell'acqua.
La forma e il contenuto del pane variavano non solo in base all’estro del panificatore, ma anche in funzione dello status del destinatario: infatti il senatore non mangiava il pane dell’artigiano, né il patrizio quello del plebe. I panificatori romani erano molto abili e a richiesta impastavano pani a mò di chiavi, dadi, trecce e quant’altro desiderassero i clienti.
Ma non tutti mangiavano pane fatto dai fornai. Una pur modesta parte della popolazione
panificava a casa. Si chiamava panis autophirus ed era il pane casereccio integrale dei contadini.
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| Un tipico forno romano |
Anche il pane aveva chi lo pubblicizzava. “Hic panem nuper factum” |
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